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Il Giornalista Carlo Ditto si racconta ai lettori di Occhio All’Artista Magazine

Abbiamo avuto il piacere di avere ospite qui, alla nostra testata Occhio all’artista magazine, Carlo Ditto, un collega giornalista. Dal 2020 è giornalista pubblicista, iscrittosi dopo un’esperienza intensa sulla testata senzalinea.it, dove cura e ha curato una rubrica tutta sua: l’angolo della pecora rosa. Il titolo è molto particolare, e fa riferimento ad un’opera letteraria del 2016, la sua prima, con la quale ha incominciato a farsi conoscere. Pensare che da quell’esperienza fu notato dal Corriere della sera, su cui gli fu dedicato un articolo apposito e fu definito il “Bridget Jones gay”. Una denominazione calzante, molto apprezzata da lui come ci ha raccontato nell’intervista, che rifletteva un pochettino sui temi che la sua opera prima trattava: tra le altre cose, di tematiche LGBT. Si può definire l’operato di Ditto fondato fortemente sulla lotta per l’integrazione dei diritti LGBT in particolare, e umani in generale; una vita intera spesa in un attivismo etico di nobile intento. Da questi ferventi impulsi, Carlo ha proseguito nel suo lavoro di scrittore, diventando anche editore: infatti, con la collaborazione di Enrico Pentonieri, gestisce un progetto editoriale volto a tutti gli scrittori che hanno nel cassetto il loro sogno”, quello di pubblicare ed essere seguito da una realtà editoriale seria e attenta. Tra i lavori pubblicati vanno ricordati, di Ditto, “Crazy Bear”, “Lui e gli escort” e “A destra dell’arcobaleno”; ma anche un ultimo lavoro, scritto da Valentin Musu, che ha racconto una storia lgbt in chiave horror, “Trascinami all’Inferno”; o ancora “Napolimania”, autobiografia di Enrico Durazzo. Insomma, una vita piena di iniziative belle e importanti che, ci auguriamo, proseguano sempre con l’entusiastico fervore che lo contraddistingue.

Segue la nostra chiacchierata. 

La prima domanda che ti voglio fare, in quanto colleghi, è circa la tua carriera da giornalista: come è nata, come pensi che si sviluppi oggi questo ruolo e come appunto te lo calzi?

Io ho iniziato in modo abbastanza anomalo, non ho mai pensato di fare il giornalista. Ho pubblicato un libro quasi dieci anni fa, “La pecora rosa”, un libro a tematica LGBT, pubblicato con l’autoproduzione, senza fare l’editing, con un diario rubato e con l’idea che mi era venuta un pochino così. L’ho pubblicato, il libro è andato bene, ho avuto degli articoli, come sul Corriere della Sera, varie pubblicità, ho fatto delle presentazioni, ho spinto sempre tutto io. Da lì una testata, “senzalinea.it, per la quale collaboro ancora, mi ha proposto una rubrica – l’angolo della pecora rosa – presa proprio dal titolo del mio libro. Inizialmente non sapevo neanche come si strutturasse un articolo, quindi non avevo propria idea, intenzione. A un certo punto, dopo aver fatto questo tirocinio, ho preso il tesserino e sono diventato giornalista pubblicista e quindi ovviamente adesso riesco a fare delle cose anche più articolate, più particolarizzate, iniziate in modo molto facile. Come la vedo oggi? Rispetto a quando ho preso il tesserino– 2020 – le cose sono rapidamente cambiate. Molte testate, ad esempio, sfruttano un po’ i giovani che vogliono diventare giornalisti; sono aumentate anche le tasse; i giovani tendono, come ho notato anche io quando hanno provato ad affiancarmi qualcuno come qualche fotografo, subito chiedono quanto guadagno o comunque chiedono chi c’è, chi non c’è, i selfie e queste cose qua. I giovani di adesso li vedo che cercano comunque il facile e non per niente strutturarsi; invece si arriva piano piano, si impara sul posto praticamente.

Qual è secondo te il ruolo culturale del giornalista? Cosa ne pensi del fatto che viene spesso sminuito come figura?

Forse la sminuiscono probabilmente a causa del ruolo dei social.Ha dato un pochino l’agio di parlare un po’ a tutti, quindi tutti fanno recensioni. Mi chiedono spesso questa cosa: “ma fai ilgiornalista o il giornalaio”, intendendo cioè se vendo giornali o scrivo. il ruolo è cambiato perché è cambiata la società, sono cambiate le persone, si vede tutto in un’altra ottica. Bisogna dire anche che ci sono solo giornali quasi tutti online; il giornale classico quasi non c’è più. O meglio, ce ne sono ancora ma è sparito comunque proprio il gesto di andare a acquistare il giornale, una cosa che non fa il giovane che va direttamente sul telefonino. È cambiato anche il modo di vedere le notizie, di leggerle: si va magari più su Facebook che a vedere sul giornale.

Carlo, mi hai parlato del tuo primo romanzo. Volevo sapere, prima di entrare in merito, il tuo rapporto con la letteratura. Cosa leggi? Cosa ti piace? 

Gli autori che in assoluto mi piacciono sono cinque o sei in totale e sono sempre gli stessi. Ho avuto anche la fortuna di incontrare, di conoscere, di entrare anche un po’ in amicizia con alcuni di loro. Allora, tra gli italiani, direi il Maestro Matteo B. Bianchi e Peppe Lanzetta, che conosco entrambi e incontro spesso. Tra glistranieri: Virginie Despentes, la giapponese Banana Yoshimoto. Maggiormente seguo più autori donne. Adesso sto leggendo molto la letteratura arabe LGBT, sto facendo anche delle recensioni in generale. 

E qual è l’importanza della letteratura e dei libri secondo te?

Per me, in generale, serve l’attitudine della lettura. La gente dovrebbe ovunque leggere di più perché leggere, a parte che ti apre dei mondi, ma ovunque ti insegna a scrivere e anche a parlare fondamentalmente. Io leggo tantissimo, però molte volte leggo la sera; quindi, sempre un po’ succede che leggo con gli occhi, non tanto con il cervello, ma per una questione di stanchezza. Però io ho un ottimo rapporto con i libri, quindi sono sempre ad acquistare libri – ho una lista di quelli che ancora devo acquistare – e ho una casa con una libreria piena di libri.

 Qual è stato l’impulso di scrivere La Pecora Rosa e perché questo titolo così particolare?

La Pecora Rosa si riferisce a una famiglia in cui c’è la pecora vera, e c’è anche la pecora rosa, cioè la pecora gay. Mi ha spinto un pochino a raccontare, a buttare fuori le emozioni da uomo gay, dell’epoca di quando ero ragazzino, per raccontare un po’ le mie emozioni in un modo molto viscerale, buttando fuori quello che avevo da dire. Sono cresciuto in un’epoca in cui l’omofobia e il bullismo non esistevano come concetti, ma c’erano eccome come fenomeni, quando si veniva presi in qualche modo di mira. Io, avendo subito bullismo e discriminazioni, da ragazzino, con la pecora rosa, ho un pochino pareggiato i conti anche con me stesso, buttando fuori questo mio lato. Poi da lì, per caso, è nato poi tutto il resto.

-Anche negli altri tuoi, come “A destra dell’arcobaleno” tratti di questi temi?

Io ho fatto solo libri a tema LGBT: “A destra dell’arcobaleno”, Crazy Bear”, “lui e gli escort” e “Immacolata intercessione”. Ho scritto anche non LGBT, come un racconto per Amazon, “La bambola di Bangkok”, ma prevalentemente come libri ho scritto solo di temi LGBT.

Ci puoi parlare di quest’ultimo racconto, di cosa volevi occuparti e appunto come mai hai deciso di distaccarti dal tema LGBT?

-In realtà me l’hanno proposto me l’ha proposto. È un libro fatto da altri autori, anche in collaborazione, e c’è questo racconto che è la bambola di Bangkok sui Ladyboy. In realtà sì, può essere in qualche modo LGBT, però non è come dei libri LGBT. È capitata, è stata proposta, poi non hanno saputo più niente, non hanno fatto nessun tipo di promozione; quindi, è stata una cosa fatta per beneficenza.

Senti Carlo, ma qual è l’importanza di trattare di questi temi? E qual è il, diciamo, il gap, il punto di collegamento che distingue un’ostentazione dell’LGBT con un suo reclamo e una sua rivendicazione?  C’è un limite tra queste due parole, ostentazione e rivendicazione?

Allora, io credo che siano assolutamente correlate: è importantissima l’immagine LGBT, per esempio il Pride, seppur sia considerato un fenomeno da baraccone, una festa, perché è allegra e colorata. Io credo che certe caratteristiche LGBT, quale ilPride, che comunque è una festa, abbiano comunque un ruolo fondamentale, partendo dai moti di Stonewall del ’69. È sempre stato così, cioè, identificativo anche solo di un gruppo omosessuale, ma che identifica un pochino tutti. Quindi, fondamentalmente, le due cose sono assolutamente collegate secondo me.

Ma c’è un limite tra il reclamare questo tipo di diritti e un’accezione negativa circa l’ostentazione? O meglio, fino a quanto deve spingersi secondo te? 

Il Pride attira gente proprio perché è Pride, che è aperto a tutti, non è solo per l’LGBT. Però una marcia silenziosa per le strade delle città non avrebbe lo stesso impatto del Pride. Il Pride ha impatto anche perché chiaramente di conseguenza si parla anche delle tematiche. Il limite sì certo, c’era anni fa gente che ostentava il proprio corpo direttamente dal carro, adesso queste cose fortunatamente non si vedono più. Però comunque lo stupido che fa una cosa fuori luogo lo trovi sempre, anche se questa cosa non succede perché le organizzazioni sono comunque più attente. Mauna foto puntualmente viene pubblicata per sminuire le persone edi conseguenza la lotta. Quindi il limite dovrebbe essere la gratuita volgarità, l’ostentazione senza logica. Spesso le notizie manipolano queste immagini, tipo sui social e sulla televisione, efuoriesce un messaggio distorto, tipo che i gay fanno schifo, sono ambigui, sono promiscui e tutte queste cose qua. Poi il Pride è sempre stato discusso, di conseguenza sarà sempre così, ma forse è meglio che fin quando ci saranno le discriminazioni ci sarà bisogno del Pride, fin quando non ci saranno più.

Quindi la tua lotta, il tuo attivismo avrà conclusione quando si normalizzerà in qualche modo?

Direi quando sarà normale essere tutti quanti diversi fondamentalmente. Le persone devono essere accettate per quello che sono senza porsi nessun tipo di domanda. Le persone non devono essere giudicate. Prima, per esempio, la gente fingeva di dichiararsi. Adesso, invece, si parla di non dare categorie, etichette, conseguenze. Ogni persona è libera di essere quello che vuole.

Cosa ne pensi del concetto di fluidità e anche dello schwacome implementazione linguistica?

Allora, io credo che qualsiasi cosa possa aiutare le persone a sentirsi accettate, che può essere un apostrofo al posto della vocale finale, o la fluidità, cioè non definirsi proprio perché magari sonopersone non binarie, io penso che sia sempre positivo. Le persone devono accettare gli altri per come sono. Quindi le persone non binarie, secondo me, hanno una marcia in più, perché hanno qualcosa da raccontare in più a noi, vanno comunque ascoltate, non vanno incanalate per forza nel binario maschio-femmina. Ci sono tante di quelle sfumature che oggi si capiscono, anche di stereotipi di genere, quindi la mascolinità tossica, la bambina che vuole giocare a calcio ecc. Non dico che queste cose vanno proprio incentivate, vanno comunque seguite dietro una logica che la persona stessa manifesta nel suo istinto. Se io ho un figlio, e mio figlio è una bambina, le compro comunque vestiti di rosa, le barbie ecc. Magari se lei mi chiederà un soldatino e glieli compro, non vuol dire niente. Per me è giusto che sia contento e che con iltermine fluidità, si segua l’anima delle persone. Quindi sono d’accordo, sì, anche con gli asterischi al posto delle vocali, che sono un po’ scoccianti da scrivere al computer, però sì. Anche chiamare una donna “professore” con un nome maschile da livello, ma rivolgersi all’area maschile è una violenza. Cioè noi non possiamo sapere la gente quello che prova o come realmente vive. Io credo che lo Stato dovrà fare in modo sempre di tutelare le persone e renderle comunque libere. Ovviamente la libertà mia è al limite con la libertà tua.

Qual è stata l’emozione di essere citato dal Corriere della Sera e di aver avuto questa definizione di Bridget Jones gay”? Cosa hai provato?

Io questa cosa non la sapevo, perché Claudio Finelli, che è un attivista, uno scrittore e un docente, mi invitò a presentare “La Pecora Rosa”. Mi disse lui che c’era questo articolo, uscito sul Corriere della Sera, che ho incorniciato a casa, che nel mio piccolo comunque è stato un bel trionfo. Ci sono state varie altre cose, ma quella è stata la prima emozione, perché ho visto comunque il mio nome scritto su un giornale, non solo online, macartaceo. A me questa cosa ovviamente è piaciuta tantissimo e mela sono giocata varie volte nelle interviste o anche sulle copertine dei libri e nelle cose che ho fatto poi successivamente.

-Quindi non come giornalista, ma come oggetto di un articolo.

Non avevo neanche iniziato a scrivere quando è uscito questa cosa. Ho iniziato a fare qualche articolo inizialmente, io non volevo neanche accettare perché non ne ero sicuro. Poi sono stato seguito da Pasquale Ferro, di cui è uscito un nuovo libro, che mi consigliò di buttarmi. Io ho fatto anche un libro fotografico dal titolo “Addosso” del giornalista Antonio Mocciola, ho fatto la mostra interpretando Gesù Cristo in croce e varie cose. Io mi sono sempre speso, mi sono anche fatto fare le foto senza vestiti… Tornando a Pasquale Ferro, mi hanno poi proposto la rubrica e io ho accettato e poi pian piano siamo arrivati ad oggi a parlare dei termini che ho detto prima.

Carlo, invece quando guarda la tua casa editrice cosa ci puoi raccontare? Com’è nato il progetto?

La casa editrice è nata da una costola di senzalinea.it, il giornale del direttore per cui collaboro da sei o sette anni – sono giornalista effettivo nel 2020 quando è iniziato la Covid. Le avrei dato un altro nome, abbiamo usato come logo gli unicorni incazzati un po’, perché davano l’idea della linea che volevo dare alla casa editrice, un po’ perché quando ci ragionavamo avevamo pubblicato due libri a tema LGBT. Quindi l’idea nasce così: un pochino l’ho creata io, ho avuto quest’idea, perché io dico che Antonio ha già avuto delle esperienze come editore. Quindi ho pensato di creare una linea tutta mia. Io volevo produrre qualcuno che fosse, secondo me, bravo, che potesse avere la possibilità di essere aiutato da me, visto che con le case editrici spesso è difficile. Ebbi un’esperienza con una casa editrice che mi voleva forzare a quello che dicevano loro. Questa cosa mi dava fame. Quindi, creata due anni faabbiamo iniziato a vedere e sono arrivati proposte di più libri. L’LGBT è quello che sto producendo adesso, per esempiovedremo la settimana prossima un libro LGBT horror di Valentino Musu, che è “Trascinami all’inferno”. Ci tengo molto a questo progetto, Valentino mi ha preso molto, ché secondo me ha scritto una cosa particolare, molto bravo. Siamo andati ovviamente all’inizio anche un po’ a tentativi, abbiamo pubblicato il libro di Napolimania, che tratta la storia di Enrico Durazzo, e poi abbiamo la collaborazione con Richard Bantes, l’istituto di lingua spagnola, e pubblicheremo a breve il secondo libro. Quindi sono in due anni cinque libri, più il mio, lui e gli escort, che è stato il primo, proprio di lancio, per spingere la casa editrice, una linea sicuramente di LGBT, però andiamo proprio molto a rilento, perché provo comunque a seguire l’autore a lungo termine ovviamente, perché nelle case editrici sempre è finito – tipo a me in una precedente esperienza – che dopo tre mesi già fanno fuori. Anche se tu hai valore come autore, se non vieni venduto vieni subito messo da parte, cioè non si dà il valore a Valentino anche come autore. Nel mio piccolo, avendo una casa editrice piccola, lo posso fare. Io, personalmente, ho avuto la distribuzione nazionale, anche lo sfizio di essere nelle vetrine, come nella Feltrinellic’erano, io andavo là e scattavo foto e mi mandavano foto. Quindi creando una cosa mia la gestisco da solo, nel bene e nel male.

Carlo, visto che la tua vita è stata piena di colpi di scena, di cambiamenti, qual è l’ambizione che hai più grande? Cosa vuoi raggiungere?

Viaggiare. È una cosa che riesco a fare, anche con la possibilità difar viaggi anche molto grandi quindi in Canada e in America, ma ovviamente vorrei viaggiare un po’ di più. A livello lavorativo quello che faccio mi piace perché sono in contesti sempre più grandi, parlo comunque dello spettacolo, anche degli eventi più importanti; le interviste con gli autori più importanti – ho intervistato anche Roberto Saviano e quasi tutti gli attori italiani. Questa è una cosa che già va avanti da molto, cioè entri in un giro e devi saper gestire e comportarti a modo.

-Un’ultima domanda, visto che ti occupi di spettacolo: qual è il tuo giudizio sul mondo dello spettacolo di oggi e se c’è stata secondo te una involuzione rispetto al passato?

Io credo che siano cambiati un po’ i tempi, siano cambiate le persone, di conseguenza i programmi non sono fattibili tantissimo: ricordo ad esempio “Non è la Rai”, con Ambra Angiolini e altri ragazzini; un programma che adesso non sarebbe possibile realizzare più, perché le ragazze sono cambiate. Io credo che l’involuzione ci sia sempre quando c’è comunque un’evoluzione, anche i programmi di oggi, tutti questi reality si sono diffusi, mentre Il varietà e quei grandi programmi non esistono più perché non interessano. Per esempio, Sanremo era diventato un luogo dove andavano solo per un rilancio o per farsi conoscere. Adesso invece ci vanno solamente big. Tutto sta comunque ai tempi, come si evolve la gente intorno, come percepisce adesso Sanremo; ora Sanremo piace ai giovani, Sanremo è quindi diventato un programma importante. Il mondo dello spettacolo invece è un ambiente che sicuramente ti porta benefit, al piacere di partecipare, conoscere i personaggi, farsi vedere ecc. Però è un ambiente che devi coltivare di continuo praticamente, altrimenti ti fanno facilmente fuori perché i personaggi, ce ne sono tanti, di giornalisti e fotografi ce ne sono a migliaia. Bisogna stare molto attenti a come ci si comporta. È un ambiente che può essere divertente, ma va preso a piccole cose. Bisogna saperci stare.

-Grazie Carlo, è stato un vero piacere; un in bocca al lupo per tutto!

Francesco Boemio

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