Napoli; il giorno 30/06, presso l’Ordine dei giornalisti della Campania, si è tenuto un evento di forte levatura culturale, atto alla diffusione di una sensibilità quanto più, oggi, urgente: quella poetica. Sono stati presentati, difatti, dei libri di poesia; nella fattispecie si parla di poesie napoletane, scritte dal professore Vincenzo Afiero. Sotto la moderazione del giornalista Giuseppe Nappa, hanno introdotto l’incontro il presidente e il vicepresidente dell’ordine, con delle considerazioni di forte impatto. Il primo, Ottavio Lucarelli, ha accolto l’incontro con l’entusiasmo di chi crede fortemente nella forte rivalsa della cultura: in effetti, afferma il presidente, l’Ordine dei giornalisti, in quest’occasione, si è erto a casa della cultura; il compito vuole essere quello di riportare l’umanità, la lettura, quanto mai bistrattati da un mondo in continua accelerazione. Agganciandosi a questo, il vicepresidente Domenico Falco, ha osservato quanto la riduzione statistica di una giusta considerazione del sistema educativo-scolastico, e della lettura, non solo dei giornali o della narrativa, ma anche soprattutto della poesia, sia un nodo problematico che va combattuto e contro cui doversi ribellare. Scrivere poesie – sostiene Falco – non è solo per gli altri, quindi solamente un prodotto di consumo, ma è soprattutto per se stessi, per dare sfogo ai sentimenti dell’animo che vanno ordinati proprio nella scrittura. Non a caso i quattro testi di Afiero rimarcano esattamente questo tema introdotto dal vicepresidente, rilevabili già dai titoli: “Sentimento”, “Poesia”, “‘E t’accarezzo”, “”. Il poeta rimarca proprio l’esigenza di un ritorno all’intimità, all’interiore, alla riscoperta del proprio animo.
Con la scelta della lingua napoletana, oltre che per una ragione di radici culturali e affettive, il poeta mira a dare valore ad una lingua, patrimonio dell’UNESCO, che – dice testualmente – “ci avvolge nel suo colore, arriva senza filtri”, proprio in quanto lingua mondiale. Unito il tutto all’intento, nobilissimo, di donare l’intero ricavato – che ammonta ad oggi a circa 10.000 euro – per la costruzione di pozzi d’acqua in Africa, in Guinea-Bissau. La scelta dell’acqua, più che di altri beni di second’ordine, consiste proprio nella sua preziosità come bene primario, fonte di vita, necessaria per la quotidianità, senza una cui stabilità non ci può essere altro, non si può pensare ad altro. Afiero ricorda come sia importante, in un mondo dominato da una corsa affannata al materialismo, non quanto, ma come si dona (riprendendo l’insegnamento di San Paolo): la poesia è la ventata d’aria fresca che entra nell’anima, tramite la quale tentare di far rialzare una società al logoro della cultura, puntando sulla sensibilizzazione dei giovani tramite i primi nuclei sociali – scuola, chiesa e famiglia – dalla cui sinergia, fatta di educazione e formazione, tentare di ripartire.
Questa iniziativa dimostra come la cultura e l’arte possano farsi veicolo di un messaggio di speranza e di un aiuto concreto per le comunità più bisognose.
Segue qui di seguito un’intervista all’autore e professore Vincenzo Afiero.
-Che tipo di formazione ha avuto? Ha fatto studi letterari?
Io ho fatto il geometra, poi mi sono laureato in architettura; successivamente in ingegneria civile e, da poco tempo, in scienze pedagogiche. La letteratura l’ho sempre coltivata da me.
-Quali sono i modelli poetici a cui si ispira?
Io seguo, da molti anni, la lingua napoletana: da Bovio a Ferdinando Russo e Di Giacomo. Dal punto di vista nazionale certamente la compianta Alda Merini, molto profonda e sensibile nelle sue prose, ma soprattutto una grande donna.
-Secondo lei c’è una differenza tra poesia e canzone? In ambito napoletano penso ad Enzo Avitabile, che è tra i cantautori più illustri del panorama contemporaneo. Possiamo definire la canzone (d’autore) come la poesia di oggi?
Oggi si scrive tanto a livello di testi di canzoni, però credo che la poesia stia nelle prime canzoni napoletane, dei primi del ‘900, con la bellezza, l’immediatezza nel raccontare la Napoli nelle sue tradizioni, attraverso il suo colore e il suo vissuto. Oggi le canzoni sono più commerciali, i testi sono scritti in modo molto più fluente in modo da arrivare prima ai giovani. Oggi esistono molti generi, e i giovani preferiscono ascoltare il funky o il rap. Enzo Avitabile ha fatto parte dei musicisti di Pino Daniele, il mito di Napoli, ma si è saputo anche evolvere: dalla canzone napoletana alla collaborazione con i Bottari, fatta di musicalità etnica con contaminazioni sudafricane. È stato un grande interlocutore della musica in generale.
-Lei è un docente: prima ha parlato della “economicizzazione” della scuola e della cultura. Cosa ne pensa della strada che sta prendendo oggi la scuola?
La scuola oggi è diventata il rifugio di molte professioni. I vari cfu, il tfa e quant’altro, sono tutti meccanismi per far cassa, denaro. Penso bisogni tornare a puntare sulla meritocrazia e non su queste vie di fuga per entrare nel mondo della scuola. È un mondo molto complesso, ma sono certo che oggi i ragazzi siano molto preparati e credo che ci voglia quella saggezza, quella fluidità di comunicare tramite l’alchimia, il rapporto diretto con i ragazzi. Oggi il docente deve essere versatile.
-Lei ha scritto quattro libri di poesie: in quale dei quattro si rispecchia di più?
Sono quattro libri di poesie che parlano di Napoli e della napoletanità, della lingua nostra, ma hanno un fine comune: quello di portare in auge la bellezza, e soprattutto ci deve essere un continuum delle nostre tradizioni che non devono mai essere perse, ma sempre preservate, anche per le prossime generazioni.
-Grazie mille!

Le foto sono di Vincenzo Burrone
Francesco Boemio


