Che l’Eurovision Song Contest sia considerato l’evento musicale più riconosciuto in Europa è indubbio: un mix di musica, contaminazioni, tradizioni e costumi specifici di ogni paese gareggiante si tramutano nella manifestazione di più ampio respiro del mondo. È chiaro che la piega odierna – assunta specialmente negli ultimi decenni – sia all’insegna del POP più puro, fatto di scenografie, coreografie, effetti speciali che colorano le esibizioni di ogni cantante rappresentante. Non sono mancate eccezioni, canzoni che esulassero dalla semplicità d’ascolto, magari più intimiste e cantautorali – come il caso della canzone portoghese vincitrice nel 2017.
Ma l’Eurovision si configura specialmente per l’impronta storica, vale a dire la progressione di cambiamenti socio-culturali di cui diventa indirettamente specchio. Procedendo retrospettivamente, a partire dall’anno inaugurale della kermesse – nel 1956 – sono evidenti i molteplici fattori, a partire banalmente da quelli mediatici, che si sono visti mutare nel corso degli anni.
L’Italia ha partecipato fin dalle prime edizioni, schierando cantanti di grande levatura, da Massimo Ranieri a Enrico Ruggeri, passando per Domenico Modugno e l’indimenticabile Mia Martinie persino Franco Battiato con Alice. Nella sua storia è riuscita a conquistare il primo posto per ben tre volte.
La prima, nel 1964, con la canzone “Non ho l’età per amarti” interpretata da Gigliola Cinquetti, brano di musica leggera estremamente coerente con lo stile degli anni ’60, di grande semplicità, tanto musicale quanto testuale, fortemente legato alle considerazioni sociali dell’epoca.
Poi nel 1990, con il nazionale Toto Cutugno, conosciuto internazionalmente come portavoce (accanto a Modugno, Pavarotti, Ricchi e Poveri e altri) della cultura italiana, musicalmente, nel mondo. Approda all’eurofestival a Zagabria in Croazia dopo la declinazione, da parte dei vincitori di Sanremo di quell’anno, i Pooh, con una canzone coraggiosa. Non con la sua “Gli amori”, presentata quell’anno alla kermesse italiana, bensì con “Insieme: 1992”, brano che inneggia all’unità, internazionale, in anni complessi che esplosero nel ’92 nelle guerre jugoslave che determinarono lo scioglimento della Jugoslavia. Toto Cutugno si aggiudicò in quell’occasione il pieno riconoscimento della sua grande immediatezza musicale e artistica.
E infine, nel 2021, dopo ben trentuno anni, dai Maneskin con “Zitti e buoni”, brano che li consacra ad un pubblico mondiale, sfondando specialmente all’estero, con un rock che strizza l’occhio alla cultura novecentesca dei grandi rocker britannici.
Dopo un periodo di assenza dalla manifestazione, dal 1998 al 2010, è rientrata in gara nel 2011 sotto il lungimirante e fondamentale intuito di Raffaella Carrà. In effetti l’Italia, da sempre parte dei “Big Five” – cinque paesi che per specifici meriti passano direttamente di diritto in finale, senza passare per le semifinali – ha sempre riscontrato ottimo successo, grande ammirazione e risonanza da parte degli altri paesi, senza mai omologarsi e selezionando cantanti che mantenessero una propria cifra peculiare. Questa formula si è rivelata vincente, visti soprattutto gli ottimi piazzamenti quasi sempre pienamente inscritti nella top ten, e quasi mai – fatta eccezione per casi come Emma o Michielin, sotto la top fifteen.
Quest’anno la proposta, dopo la rinuncia di Olly, è stata quella di Lucio Corsi. Non sfigura, piazzandosi ad un dignitosissimo quinto posto, dopo aver fatto scelte coraggiose – come quella di suonare dal vivo un’armonica (non previsto dal regolamento) – e aver portato semplicemente se stesso, “non altro che Lucio”. Dopo aver sfiorato spesso il primo posto – come con Mahmood nel 2019, con Raphael Gualazzi nel 2012 e con Il Volo nel 2015 – il nostro paese ha sempre fatto breccia, tanto nelle giurie d’esperti quanto al televoto, il pubblico europeo.
Insomma, l’Italia si è contraddistinta e si contraddistinguerà sempre nei lineamenti della propria nazionalità: una musica che porta sulle spalle la propria cultura.
Francesco Boemio

