Andrea Tidona, un attore, un nome che risuona con forza nel panorama dello spettacolo italiano, si racconta in un’intervista, svelando le sfaccettature di una carriera ricca e variegata, dal teatro al cinema, alla televisione. Un viaggio emozionante nell’anima di un attore che ha saputo conquistare il cuore del pubblico con la sua passione e il suo talento.

Ecco la nostra intervista;
La sua carriera è molto ricca e variegata, dal teatro al cinema alla televisione. Qual è il mezzo espressivo che preferisce e perché?
Il mezzo che preferisco indubbiamente è il teatro, molto semplice a dirsi perché comunque il contatto col pubblico è qualcosa che non ha pari e anche se poi ci sono momenti e momenti, c’è stato un periodo che ero talmente preso dal cinema, inteso anche come serie, come fiction, come miniserie come le chiamano o film per la TV. Forse perché in fondo dopo tanti anni di teatro rappresentava anche una novità e quindi ero molto molto preso. Poi a un certo punto però ci si guarda attorno e ci si accorge che la soddisfazione grande era lì e torni lì al teatro.
Ha interpretato ruoli molto diversi tra loro. Quale personaggio le è rimasto più impresso e perché?
Ma il personaggio che mi è rimasto più nel cuore, anche se li ho amati tutti sinceramente, è stato il pittore comunista dei “cento passi”. Per varie ragioni, del tipo che era il primo film importante che facevo, la prima volta che conoscevo il mio personaggio dal vivo. Ecco, quel pittore, Stefano Venuti, e quando io ho girato il film era vivo, mi hanno chiesto: “Ma lei vuole incontrarlo?”. Certamente, la prima volta che incontravo il mio personaggio e devo dire che poi è stato anche un bel imbarazzo per me riprodurre questo signore che aveva novantatré anni, di cui capivo che aveva avuto una vita di lotta, un uomo veramente tosto. Perché la Sicilia, perché Peppino Impastato era della mia generazione, perché mi divertiva essere dall’altra parte, cioè dal punto di vista generazionale rispetto all’esperienza che avevo fatto io, vedere il punto di vista di chi era più maturo, più avanti negli anni. Insomma, è stato il personaggio a cui in fondo sono più legato.
Ha lavorato con grandi registi come Roberto Benigni e Marco Tullio Giordana.
Sì, bellissime esperienze indubbiamente, poi io a Marco Tullio devo tutto, potrei dire dal punto di vista cinematografico, perché prima dei Cento passi e de La meglio gioventù nessuno mi dava retta, detto proprio, anzi dicevano: “Eh, troppo teatro, troppo teatro”. Questa assurdità italiana, per fortuna ultimamente è un po’ finita. Ma insomma, questa pregiudiziale si è attenuata, diciamo così, sugli attori di teatro. Per fortuna invece Marco Tullio è uno che li ama e quindi è stata una svolta per me, mentre per Benigni è stato un divertimento, un puro divertimento per me.
Ci sono aneddoti particolari che vorrebbe condividere di queste esperienze?
Ricordo un giorno ci fu una furibonda litigata tra Delli Colli con Danilo Donati, il quale però non c’era e allora ne fece le spese il povero Benigni, circa la scenografia e molto molto carinamente cercava di placarlo, Delli Colli era indemoniato. Beh, queste sono cose che ti rimangono. Con Marco Tullio, invece, quando giravamo Cento passi mi è successa una cosa clamorosa, dovevamo girare una scena il giorno dopo, quella dell’occupazione delle terre, diciamo dell’esproprio per fare la terza pista dell’aeroporto, la sera improvvisamente tutti i piani sono cambiati. Non si è capito perché. Si è scoperto che praticamente il terreno che avevano affittato per girare la scena, in un primo tempo non ci sono stati problemi e dopo quella sera, quando sono andati a prendere accordi per l’orario, gli hanno detto di no. Poi si è scoperto che il no era dovuto al fatto che i proprietari avevano capito di cosa trattava il film e che la proprietaria era la cognata di Badalamenti, ecco questi incidenti di percorso.
Come è cambiato, se è cambiato, il mondo dello spettacolo nel corso della sua carriera?
Ma sì, è cambiato, è cambiato tanto sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, sia in ambito teatrale che in ambito cinematografico. La quantità di spettacoli che si producevano quando io ho cominciato negli anni ’70 e la quantità di film che si producevano in quegli anni rispetto ad oggi non c’è paragone e ahimè, devo dire che anche la qualità, con tutto il rispetto, non ci sono più quegli attori e quei registi, non si mettono più in scena quei testi e lo stesso dal punto di vista cinematografico. Oggi io penso che certi film non si potrebbero fare, non li farebbe nessuno, i film di Elio Petri o Rosi. Ma chi li farebbe? Anche perché oggi si pensa che poi devono passare tutti in televisione e quei film potevano passare in televisione? E quindi è cambiato, è cambiato tutto, non sono più le tournée, io lavoravo sette mesi all’anno in teatro, oggi anche uno spettacolo degno, uno spettacolo valido, ma se mettesse insieme tre mesi di tournée è già un miracolo. C’era un mondo di produttori privati e gli stabili, c’erano le cooperative, niente di quel mondo lì non è rimasto niente. Mi spiace dirlo. Ripeto, sia dal punto di vista della quantità e anche dal punto di vista della qualità, c’è poco da fare.
Come si prepara per interpretare un nuovo personaggio?
In modo semplice, mi preparo, mi metto davanti alla carta stampata, alla sceneggiatura, leggo e comincio a lavorare di fantasia, con immaginazioni, provando a immaginare la vita di questo personaggio nella sua totalità, al di là di quello che poi si vedrà in scena. Poi se è un personaggio storico, leggendo biografie, studiando il periodo storico, le vicende, tra l’altro per me è un divertimento. Nel senso che al tempo stesso diventa un mio arricchimento come cultura personale. Io ho avuto la fortuna di interpretare Mussolini, Hitler, Togliatti e poi ahimè vari giudici, Falcone, Borsellino, Chinnici, come dicevo prima il pittore Stefano Venuti dei Cento passi, lì l’ho avuto davanti e ho cercato di riprodurlo. Insomma, si lavora di fantasia, si lavora anche, diciamo così, come poi davanti alla macchina da presa uno può rendere quelle cose, perché poi bisogna fare i conti con il mezzo che si ha a disposizione. Così, andando a cercare, a parte appunto gli storici, invece quando c’è da lavorare di fantasia, quali modi di essere proprio fisicamente si può avere, un tic, un’espressione che può tornare, che lo può caratterizzare, diciamo così, questo è il lavoro.
‘Le onde del passato’ esplora temi come la memoria, il perdono e la riconciliazione. Qual è stato l’aspetto della serie che l’ha colpita maggiormente e quale messaggio spera che il pubblico possa trarre da questa storia?
L’aspetto interessante indubbiamente è l’argomento che ruota intorno a tutta la vicenda, ovvero sia la violenza intorno a queste due ragazze, argomento di purtroppo attualità, ma allo stesso tempo ahimè vecchio. Purtroppo i tempi cambiano in superficie e non cambiano nella sostanza e questo non dico è il messaggio che mi piacerebbe che raccogliesse il pubblico, ma bensì un’attenzione che il pubblico mettesse sul ripetersi, sulla violenza che per me è dentro alla società. Il messaggio che spero che potrebbe arrivare è quando tutti dovremmo impegnarci nell’eliminare la violenza, l’avidità, un’aggressività esagerata, eccessiva, che appartiene anche al passato, ma che in questo periodo è esasperata in questa società.
Qual è la sfida più grande nell’interpretazione di un ruolo?
C’era un grande drammaturgo e regista tedesco, Bertolt Brecht, che diceva: “Quando si recita si deve avere leggerezza, ritmo ed energia”. Detto così sembra facile, ma questa è la sfida più grande.
Come vive il rapporto con il pubblico?
Il rapporto con il pubblico lo vivo bene, benissimo, non ho problemi, non mi sento infastidito, se no forse qualche volta, solo qualche volta, quando uno è a cena in privato e arriva qualcuno che vuole la foto, ne farei a meno volentieri. Ma ho un buon rapporto, esprime una stima più forte di quelle che io mi aspetti francamente. Ma in definitiva, noi senza pubblico cosa siamo? Chi siamo?
Ha dei progetti futuri che vorrebbe condividere?
Ci sono due figure, diciamo così, che mi appassionano molto, molto più che in passato, che sono Leopardi e Shakespeare, mi piacerebbe di inventare qualcosa di interessante, ho qualche idea. Lungi con il poter dire adesso che ho un progetto preciso, però sì. Questo però ovviamente progetti teatrali, insomma.
Quali consigli darebbe ai giovani che vogliono intraprendere la carriera di attore?
Ai giovani posso solo dire di prepararsi a faticare, faticare e faticare e per poter faticare deve avere una grande, grandissima passione e se non si ha una grandissima passione, meglio rinunciare.
Giuseppe Nappa

